venerdì 16 marzo 2012

Moro e la sacralità della vita

da “La Sicilia” del 16 marzo 2012




Il testo qui pubblicato nel giorno dell’anniversario del rapimento di Aldo Moro, avvenuto in via Fani il 16 marzo 1978, contiene passi della relazione svolta da Salvo Andò in occasione della presentazione del volume: “Moro nella storia contemporanea” (a cura di Francesco Perfetti e altri), svoltasi nei giorni scorsi a Roma nella sala del Refettorio della Camera dei deputati.

I cinquantacinque giorni del sequestro Moro sono stati, senza ombra di dubbio, i giorni più drammatici della storia della Repubblica. Mai lo Stato è apparso così debole, così indeciso sul da farsi di fronte ad una grave emergenza. Forze dell’ordine e apparati di sicurezza impegnati nelle indagini furono mobilitati in modo massiccio senza raggiungere alcun risultato pratico. Le lettere che Moro inviava dalla “prigione del popolo”, che contenevano, in forma criptica ovviamente, informazioni utili per potere scoprire il luogo di detenzione furono oggetto di interpretazioni superficiali e fuorvianti. Il governo non apparve mai in grado di intraprendere un percorso che potesse portare alla liberazione dell’ostaggio. Quotidianamente, decideva di non decidere. I partiti, a loro volta, si divisero in due schieramenti, quello della trattativa e quello della fermezza, polemizzando tra di loro, scambiandosi accuse di irresponsabilità e di cinismo.
In un clima avvelenato da paralizzanti impuntature ideologiche, non era pensabile che si potessero aprire spazi utili per un dialogo anche a distanza con le Br. Ma non solo. Moro fu rappresentato di fronte all’opinione pubblica, anche da alcuni settori del suo stesso partito, come un uomo disposto a tutto, anche a pretendere la capitolazione dello Stato, pur di salvare la propria vita e garantire il futuro della sua famiglia. 
In quelle terribili giornate fu, oggettivamente, distrutta sia la statura morale dell’uomo che la figura dello statista, che per trent’anni era stato alla guida del governo, del partito e del gruppo parlamentare della DC.
Si disse che il Moro che scriveva dal carcere non fosse il vero Moro, che le cose che diceva erano scritte sotto dettatura dei terroristi; alcuni addirittura presentarono Moro come un prigioniero che interloquiva con i sequestratori non per fare esplodere le contraddizioni che c’erano all’interno dell’organizzazione terroristica – perché, così come è venuto fuori anche in occasione dei processi, dentro le Br c’era uno scontro tra una linea della fermezza ed una posizione trattativista –, ma come un uomo quasi disposto ad assecondare il processo che si faceva nei confronti della Dc. Moro nelle sue lettere chiedeva una «iniziativa umanitaria» a suo favore da parte dello Stato, perché convinto che dovere prioritario dello Stato fosse quello di salvare una vita umana.
Va rilevato che questa concezione sacra della vita umana scaturiva dalla sua profonda fede cattolica, dalla lealtà ai valori costituzionali, nonché dai principi che stavano alla base del sistema penale che aveva studiato fornendo contributi magistrali sul piano dottrinale.
Val la pena di ricordare che c’è una continuità di pensiero in questo senso tra il Moro studioso, il Moro politico e il Moro prigioniero delle Br.
Egli ricorda ai suoi interlocutori, soprattutto a quelli della sua parte politica, qual è la natura dello Stato e quali doveri ineludibili discendano da essa. Il pensiero filosofico di Moro è ben sintetizzato nelle dispense, poi pubblicate in volume, destinate agli studenti del corso di filosofia del diritto che nell’anno accademico ‘42–’43 egli teneva presso l’università di Bari. La sua idea che lo Stato non è solo forza, ma è forza coniugata a giustizia, fu efficacemente sviluppata anche attraverso gli interventi svolti all’assemblea costituente.
Il dovere di vivere di cui parla nelle lettere è lo stesso dovere di vivere di cui parlava nelle sue lezioni baresi, discutendo del valore della persona umana, ed esponendo quindi la sua concezione umanistica dello Stato. E’ muovendo da questa visione dello Stato e della libertà che egli, in una lettera della fine di aprile, indirizzata alla famiglia, afferma: «Ma da cosa si può dedurre che lo Stato va in rovina se, una volta tanto, un innocente sopravvive e, in compenso, un’altra persona va, invece che in prigione, in esilio? Il discorso è tutto qui». Si tratta di affermazioni che non gli venivano suggerite dalle Br, ma dalla sua formazione intellettuale e dalla sua fede cristiana. È la risposta a quanto si chiedeva Andreotti in televisione: «Quale sarebbe la reazione dei carabinieri, dei poliziotti, degli agenti di custodia se il governo, alle loro spalle, violando la legge, premiasse chi ha fatto scempio della legge stessa? E che cosa direbbero le vedove gli orfani, le madri di coloro che sono caduti nell’adempimento del proprio dovere?». Era facile replicare al Presidente del Consiglio che con il sacrificio di Moro certamente non si ridava la vita a coloro che erano stati uccisi dai brigatisti, e che non poteva essere motivo di conforto per le famiglie delle vittime sapere che Moro aveva fatto la stessa fine. (...)
A Moro sono state attribuite volontà, disegni che paiono assai lontani dal suo modo di vedere il futuro della democrazia italiana. Si è detto che l’Italia, con Moro vivo, avrebbe conosciuto un lungo periodo di tregua politica con Dc e Pci associati al governo.
Ciò non rispondeva affatto ai disegni di Moro, come è stato autorevolmente dimostrato da tanti studiosi, e soprattutto da Craveri.
Moro non era attratto dai comunisti sul piano ideologico certamente, né condivideva le scelte compiute dal partito comunista, sino agli anni 70, con riferimento alla politica europea, alle politiche sociali (avevano avversato le riforme del centro sinistra guidato da Moro), all’affermazione, anche da parte di Berlinguer, di una presunta superiorità del modello comunista rispetto a quello socialdemocratico, al metodo seguito per far opposizione criminalizzando l’avversario. Il processo alla Dc, in questo senso, era un’idea fissa nella cultura di quel partito (cultura questa che terrà campo fino al processo Andreotti). Moro registra con soddisfazione i cambiamenti intervenuti nel partito comunista con riferimento alla riconosciuta utilità dell’alleanza atlantica e alla presa di distanza dal regime sovietico da parte di Berlinguer, che tuttavia riconosceva ancora negli anni 70 la vitalità del modello sociale comunista. 
Moro è convinto che una tregua col partito comunista serva alla democrazia cristiana per riorganizzare il proprio insediamento sociale, considerato che, a partire dagli anni 70, esso pareva essere ormai in crisi, ma soprattutto per fare fronte a forme esasperate di conflittualità sociale. Riteneva di dover vincere le resistenze della Dc per facilitare, attraverso le riforme, una integrazione effettiva delle masse nel processo di crescita democratica. (...)
La sfida con la sinistra andava ingaggiata affrontando la questione sociale in termini diversi da quelli attraverso i quali ci si era rivolti al paese nei primi anni della ricostruzione. Rifiutare il governo con i comunisti non significava ignorare ciò che rappresentavano le masse che quel partito organizzava politicamente.
Egli esortava il suo partito a non minimizzare il pericolo di un fascismo che si potesse esprimere in altre forme e quando, come ricorda Scoppola, la destra Dc pareva favorevole ad una apertura verso il movimento dell’“uomo qualunque”, Moro si oppose fermamente, non per ragioni di tattica politica, ma per ragioni che attenevano alla sua concezione dell’impegno dei cattolici in politica, convinto com’era che alla base di esso vi dovesse essere una forte ansia di moralità. 
«L’esperienza politica – scrive Moro sulla rivista Studium nel 1945 – …si nutre del pensiero libero… Della suprema e nobile fatica di essere se stessi… L’uomo qualunque non è appunto se stesso, è altri da sé, disposto a tutto pur di conservare quella sua quiete che è una terribile perdita, la perdita dell’umanità…».
È ingiusto ritenere che Moro fosse vocato alla mediazione, patteggiando con tutti su tutto, indifferente a quei principi che danno moralità alla politica. Non ha mai pensato di patteggiare con le Br rivelando segreti che potessero nuocere al suo partito e allo Stato. Non ha pensato mai all’accordo con il partito comunista come ad un compromesso storico destinato ad annullare le differenze che rendevano Dc e Pci partiti tra loro alternativi, una volta realizzato un regime di democrazia compiuta. (…)
Certamente parlò a lungo nel carcere del popolo alle Br senza concedere, però, ai suoi sequestratori alcun vantaggio. Egli cercò attraverso il dialogo di piegare ai suoi fini le Br, ma non vi riuscì perché lasciato solo da chi aveva il dovere di aiutarlo.

SALVO ANDÒ

mercoledì 7 marzo 2012

Occorre ricucire un rapporto diretto fra Paese e governo

da “La Sicilia” del 7 marzo 2012



Il governo tecnico con il suo decisionismo ha reso ancora più evidente l’inadeguatezza degli assetti politici con cui il Paese ha dovuto fare i conti in tutti questi anni.
 Tanti, all’inizio, hanno visto in Monti un personaggio alternativo ai partiti della seconda Repubblica, e nel governo tecnico una sorta di governo dell’antipolitica. Così non è stato, perché lo stesso presidente del Consiglio ha più volte spiegato che alla fine del suo mandato l’iniziativa politica va restituita ai partiti.
C’è da chiedersi, però, come sarà il partito nuovo, e soprattutto come sarà selezionata la sua classe dirigente. Man mano che l’attuale governo si consolida, e i suoi orizzonti temporali si allungano, sono sempre più numerosi coloro i quali prevedono che le personalità oggi al governo potrebbero garantire una tranquilla transizione verso una nuova Repubblica, espressione di un rapporto rifondato tra la gente e la politica. In questo contesto, alcuni membri di questa compagine ministeriale potrebbero costituire il nucleo di una nuova classe politica, destinata ad operare in un sistema politico assai diverso da quel bipolarismo cosiddetto muscolare che tanti guasti ha prodotto nel corso di quasi un ventennio, e che appariva già clamorosamente fallito prima ancora che si insediasse il governo dei professori.
Oggi il governo si trova di fronte a scelte che richiedono una discussione pubblica che risulti davvero coinvolgente, perché si tratta di scelte che incideranno sulla stessa struttura sociale del paese. Non si può passare dai tagli alle misure finalizzate alla crescita, senza interrogarsi sul tipo di società che si vuole. La discussione pubblica su temi così impegnativi – bisogna mettersi d’accordo su come rifare l’Italia – ha bisogno di partiti che esprimano una precisa identità culturale, che abbiano programmi ed obiettivi chiari. Occorre stabilire un rapporto più diretto tra il governo e il paese, sapere ascoltare non solo i vertici delle diverse categorie, ma anche la gente comune.
 È questa un’attività nella quale l’attuale personale di governo, nella fase due dell’opera di risanamento, dovrà con convinzione impegnarsi, proprio per fugare il sospetto che i poteri forti abbiano una corsia privilegiata per arrivare al governo e condizionarne le decisioni.
 Questo sforzo pare ancora più doveroso, se si considera che all’interno della squadra di Monti si manifesta, magari in modo non esplicito, da parte di taluni ministri la disponibilità a scendere in campo per fare politica con i partiti che ci sono o con i futuri partiti dei quali si discorre. E sarebbe un bene per l’Italia che personaggi, finora apprezzati per competenze professionali e onestà personale, scelgano in prospettiva l’impegno politico a tempo pieno.
Questo Paese potrà essere finalmente un Paese normale se i sacrifici, che esso ha affrontato e dovrà ancora affrontare, serviranno non soltanto per rimettere a posto i conti pubblici, ma anche per ricostruire un robusto tessuto democratico. Se il governo saprà operare in modo tale da favorire questo tipo di riconciliazione fra paese e politica, esso sarà ricordato a lungo come il governo della rinascita italiana.
I partiti in questi mesi hanno fatto a gara per dimostrare lealtà nei confronti di Monti e per sostenerne in modo efficace l’azione, ma hanno anche dimostrato una totale assenza di strategia per uscire dalla crisi di rappresentanza che li ha colpiti. Parlano di riforme istituzionali e soprattutto di una nuova legge elettorale come di impegni ineludibili, ma paiono poco disponibili a cedere qualcosa sul terreno del potere che hanno conquistato grazie ad una legge elettorale che ha stravolto alcuni caratteri fondamentali di una autentica vita democratica.
Si tratta peraltro di partiti che continuano a navigare a vista, che vogliono una cosa oggi, per poi disvolerla il giorno dopo. Basti ricordare i giudizi sprezzanti del centrodestra su questo governo, presentato come il risultato di un’operazione quasi golpista. Ebbene, dalla stessa parte politica, oggi si auspica che l’attuale governo possa proseguire la propria opera anche nella prossima legislatura.
Monti finora ha avuto buon gioco nel rivendicare piena autonomia nei confronti dei partiti e delle parti sociali, ascoltando il loro punto di vista e, però, decidendo poi sulla base di priorità ritenute inderogabili. La mediazione, insomma, non è stata estenuante e sterile, anche se qualcosa su questo terreno inevitabilmente comincia a cedere . Il governo ha preso atto in più occasioni del fatto che partiti e parti sociali, più le seconde che i primi, sono restii ad accettare un’azione di rinnovamento che metta a rischio consolidate rendite di posizione. Il presidente del Consiglio ha spiegato che, comunque, intende portare avanti il suo programma fino al giorno in cui non tornerà alle sue vecchie occupazioni. E su questo terreno può contare sulla indiscutibile solidarietà di tutti i suoi ministri, anche di quelli che, finita questa esperienza del governo tecnico, dovrebbero scegliere in via definitiva l’attività politica. Del resto, più dura questo governo in carica e più l’impronta tecnocratica, che lo connotava all’inizio, tende a sbiadire.
La possibilità che personalità del mondo delle imprese e delle professioni scelgano la politica in pianta stabile non può che dare maggiore qualità alla vita politica, a condizione che costoro sappiano inserirsi in un sistema di partiti profondamente rinnovato, che diventino dirigenti politici veri, e quindi indisponibili ad offrire i propri servigi a qualunque maggioranza, che si diano da fare per rendere più competitivo il sistema paese e per garantire una crescita che abbia basi stabili, e che siano fermamente convinti che per l’economia valgono ancora i vincoli posti nel secolo passato dalle costituzioni democratiche. È accaduto in Spagna, è accaduto in Francia, ed anche in altri paesi,che dei bravi tecnici siano diventati non solo ottimi uomini di governo ma anche buoni dirigenti di partit; ciò potrebbe accadere anche in Italia.
Conclusosi il ciclo berlusconiano, con l’uscita di scena del Cavaliere, la cui figura ha caratterizzato l’intera vicenda della seconda Repubblica, non è pensabile che tutto il resto dell’universo politico rimanga uguale a se stesso, come se niente fosse avvenuto. Occorrono nuovi leader sia sul versante del centrodestra che su quello del centrosinistra. Ed occorre che anche in Italia si ricreino partiti o aggregazioni tra partiti che in qualche modo siano riconducibili, per i loro connotati culturali, alle tradizionali famiglie politiche europee. Finora l’Italia da questo punto di vista è stata un’anomalia, e di ciò non c’è certo da menare vanto.
Per cambiare i partiti occorre cambiare le persone. L’esperienza dei nuovi sindaci, candidatasi spesso a dispetto dei partiti, in questo senso dovrebbe insegnare qualcosa . Purtroppo, in questi ultimi vent’anni sono cambiati i partiti, nel nome e nei simboli, si sono avute svolte revisioniste a getto continuo, ma non sono cambiati i criteri di selezione del personale politico, e quindi le persone che nei partiti comandano. Fuori dall’Italia, invece, accade la cosa opposta; cambiano i leader in base alle alterne fortune dei partiti, ma non cambiano i partiti
.

SALVO ANDÒ

domenica 26 febbraio 2012

Per risolvere la crisi della politica e rafforzare la democrazia

da “La Sicilia” del 26 febbraio 2012



Finalmente qualcosa si muove sul terreno delle leggi elettorali e delle riforme istituzionali. Ma non solo. Pare che i leaders della maggioranza vogliano affrontare anche la questione della riforma dei partiti, perché sia concretamente garantito quel metodo democratico che, per il costituente (art 49), doveva essere la regola fondamentale a cui essi dovevano attenersi. C’è un’evidente relazione tra il deficit di democrazia che si registra all’interno dei partiti e la scadente qualità democratica del sistema istituzionale, tra la delegittimazione dei partiti e la delegittimazione del Parlamento.
In questo senso, gli scandali che hanno riguardato in questi mesi la gestione del finanziamento pubblico costituiscono solo la punta dell’iceberg. Queste risorse sono state a suo tempo pensate per promuovere la partecipazione politica, e non come una provvista «privata» a disposizione dei segretari e dei tesorieri dei partiti.
Siamo di fronte ad una crisi economica che sta comportando pesanti sacrifici per la stragrande maggioranza dei cittadini, che giustamente pretendono un’equa ripartizione dei sacrifici. Questo principio vale per tutte le categorie sociali, ma dovrebbe valere soprattutto per i partiti. Si tratta di assumere decisioni ragionevoli, ancorché necessitate, e soprattutto di sapere ascoltare il Paese, considerato che la voglia di discutere pare prevalere, a differenza che in passato, sulla voglia di forca. Il rapporto che si va stabilendo tra governo e popolo dimostra che la gente sa distinguere, che non fa di tutti i politici un fascio.
Ci sono, quindi, le condizioni per una rinascita della politica e dei partiti. Non è vero che nelle cosiddette società postdemocratiche sono rifiutati i partiti in quanto tali, e preferite forme di democrazia plebiscitaria. E’ ben vivo nella memoria l’entusiasmo suscitato dalle primarie in Italia, quando si gettavano le basi per fare il Pd. I partiti sono rifiutati quando essi appaiono rattrappiti, chiusi in se stessi; quando promettono le riforme e poi brigano sotterraneamente per tenere in vita, così com’è, un sistema elettorale che consente ai segretari ed ai loro uomini di fiducia di nominare gli eletti in Parlamento. E per convincersi di ciò, basti pensare alla grande partecipazione che si registra intorno ai candidati sindaci che devono essere eletti dal popolo. Il fatto che costoro sono sempre più spesso candidati eletti a dispetto dei partiti, che vincono le elezioni in quanto «eretici», non può non fare riflettere. Il meno popolare dei sindaci oggi gode del 43% dei consensi, stando ai dati pubblicati di recente dal Sole 24 ore,mentre dei partiti si fida solo il 4% degli elettori. Sulle ragioni di questa abissale distanza creatasi, in termini di fiducia riscossa, tra i sindaci eletti dal popolo e i parlamentari «nominati» dai partiti, nei palazzi della politica non si rifletterà mai abbastanza. Nessuna riforma istituzionale, grande o piccola che sia,produrrà gli effetti sperati, se prima non verranno «riaperti al pubblico» i partiti. La privatizzazione dei partiti – l’unica privatizzazione veramente riuscita in Italia – non poteva non portare ad una sempre più diffusa apatia democratica. Non servono i palliativi, come quello di ridurre il numero dei consiglieri comunali e provinciali, o di tagliare le loro indennità. Si tratta di decisioni opportune, ma che da sole non risolvono la crisi della politica. Il problema non è tanto quello di legare le mani ai partiti, magari per fare crescere il potere dei burocrati, ma di avere partiti in grado di esprimere idee e dirigenti che facciano riguadagnare alla politica il necessario prestigio. Su questo terreno qualcosa è cambiato negli ultimi tempi. Lo stile del nuovo personale di governo piace a molti, ovunque collocati politicamente. Adesso, però, bisogna fare parlare i risultati.
Il confronto che si è aperto nella maggioranza, sul tema delle riforme – legge elettorale, riordino della forma di governo parlamentare, disciplina della vita interna dei partiti – offre, anche per il metodo che si sta seguendo, l’opportunità di coinvolgere l’opinione pubblica, da anni apparsa del tutto indifferente a queste discussioni.
Un accordo tra i più grandi partiti della maggioranza su temi difficili, come la legge elettorale e la riduzione del numero dei parlamentari, oggi è possibile perché la tregua politica mette tutti nella condizione di concedere qualcosa, senza cedere alla tentazione di rivendicare regole fatte su misura, magari minacciando la caduta del governo.
Naturalmente non mancano i dietrologi, i quali spiegano che tanta disponibilità a discutere sottenda la volontà di prolungare la tregua ben oltre la fine di questa legislatura, e quindi servirebbe a poco rompere oggi sui meccanismi della legge elettorale, se la larga coalizione è destinata a rimanere in piedi anche dopo le elezioni politiche.
Il governo Monti, insomma, sarebbe sempre più vissuto, da parte di chi lo sostiene, come un elemento di discontinuità rispetto al bipolarismo che abbiamo conosciuto, caratterizzato da grandi partiti baricentrici deboli e da partiti minori capaci di esercitare un diritto di vita e di morte sulle coalizioni.
Ebbene, anche se la disponibilità a negoziare dovesse dipendere dal disegno di creare le condizioni per una tregua lunga, essa va valutata positivamente. E’ questo il giudizio prevalente nel Paese, che vuole la soluzione dei problemi e non la ripresa delle faide tra i partiti. Nelle grandi democrazie, in momenti delicati della vita nazionale, le coalizioni larghe non hanno scandalizzato nessuno.
Le grandi riforme, del resto, hanno bisogno di ampio consenso. Una cosa pare infatti certa. Occorre un adeguato lasso di tempo perché il processo di riforma delle istituzioni possa compiutamente realizzarsi, dispiegando tutti i suoi effetti,e consentendo quindi eventuali correzioni di rotta,di fronte a incomprensioni o rifiuti manifestati dagli elettori.
Le esperienze fatte in questi anni in tema di grandi riforme dimostrano che un’alternanza che produce una totale discontinuità negli indirizzi di governo non è in grado di riformare un bel nulla. Finora, ogni nuovo governo, non appena insediato, si è proposto di fare la riforma della riforma voluta dal governo che lo ha preceduto, con la conseguenza che di nessuna riforma si possono verificare a regime i risultati. Pare che l’attuale governo voglia invertire questa tendenza; a cominciare dalla riforma universitaria voluta dal ministro Gelmini, e che il ministro Profumo è intenzionato, con qualche correzione, ad attuare.
Prevedere che un governo delle riforme abbia bisogno di un tempo più lungo di quello che rimane di questa legislatura, può costituire un atto di responsabilità da parte dei partiti dell’attuale maggioranza.
Se ciò non accadrà, la democrazia italiana continuerà essere debole, con il rischio che dopo il governo tecnico possano di nuovo prevalere derive populiste ed emergere nuovi uomini della
provvidenza
.

SALVO ANDÒ

domenica 12 febbraio 2012

Tutti i limiti di un bipolarismo di facciata. Una riforma che dia la parola agli elettori

da “La Sicilia” del 12 febbraio 2012


Non serve a nessuno continuare a recriminare sulle presunte pressioni esercitate dalla politica sulla Corte costituzionale nel momento in cui essa decideva sull'ammissibilità dei referendum aventi ad oggetto la legge elettorale vigente, il cosiddetto "porcellum". Su tale questione si è diviso il mondo politico, e si sono divisi anche gli studiosi. In punto di diritto, le argomentazioni dei favorevoli e dei contrari all'ammissibilità erano tutte degne di considerazione.
Adesso, comunque, si tratta di guardare avanti, dando una risposta congrua alle aspettative di tutti quei cittadini che si sono mobilitati a raccogliere le firme (e si è trattato di una mobilitazione senza precedenti ), per abrogare una legge elettorale che priva nei fatti gli elettori del diritto di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento.
Tenuto conto delle posizioni espresse dalla Corte Costituzionale, se la legge elettorale non può essere abrogata in toto per via referendaria, l'alternativa è: o ricorrere a dei referendum manipolativi, che modificano la legge elettorale facendone sopravvivere l'impianto complessivo, o seguire la strada parlamentare confidando nel fatto che, in un periodo di tregua politica come quello che si sta vivendo con il governo Monti, i partiti che fanno parte della larghissima maggioranza che sostiene il governo possano trovare un'intesa che sia rispettosa dell'opinione del paese.
Se non dovesse farsi né l'una né l'altra cosa, e se si dovesse votare con l'attuale legge, il rischio molto concreto è quello di avere lo "sciopero degli elettori", ai quali non rimarrebbe altro strumento per far valere il proprio punto di vista che quello di non andare a votare.
Ormai si sa tutto dei pro e dei contro dei diversi sistemi elettorali che sono stati finora presi in considerazione. Tutti i partiti dovrebbero essere in grado di fare delle scelte. E tuttavia, trapiantare un sistema elettorale di un paese in un altro non è un'operazione facile, perché la resa di un sistema dipende da abitudini sociali e culture politiche che sono proprie di un determinato territorio. Una cosa pare però certa. Un buon sistema elettorale per l'Italia dovrebbe essere un sistema diverso da quelli sperimentati dopo la fine della "prima Repubblica ". Tutti sistemi che muovevano dall'idea che il bipolarismo dovesse rappresentare la panacea di tutti i mali che affliggono la politica italiana.
Il bipolarismo, così come l'abbiamo interpretato in Italia, ha dato prove pessime, sia con governi di centrodestra, che con governi di centro sinistra. Leggi elettorali eccessivamente costrittive hanno creato schieramenti partitici affollati al proprio interno da partiti e gruppi politici che avevano poco in comune, o addirittura partiti scaturiti, come è stato detto, da una sorta di fusione a freddo di vecchi partiti o di pezzi di vecchi partiti.
Questi schieramenti, che apparivano già in partenza assai disuniti , in corso d'opera si sono sfasciati, e hanno finito con il produrre nuovi partiti e partitini (mai tanto numerosi nella storia unitaria ).Tanto disordine ha fatto persino emergere raggruppamenti politici fatti soltanto da transfughi dai diversi partiti, i quali si sono messi insieme al solo scopo di far cadere un governo o di garantirne la sopravvivenza.
Le leggi elettorali del bipolarismo, da questo punto di vista, hanno reso ancora più drammatica la questione morale in cui si dibatte da anni sistema politico italiano , ormai alle prese con una crisi di credibilità sempre più evidente ; solo il 4% degli italiani dichiara di avere fiducia nei partiti politici.
Con le alleanze coatte non si va da nessuna parte. Con un bipolarismo di facciata, peraltro rifiutato dal paese, non si fa crescere una cultura dell'alternanza proprio perché manca un'adeguata tensione bipolare, che non può scaturire dal fatto che delle tifoserie ,più o meno organizzate, si insultano a vicenda, senza che emerga un vero conflitto tra progettualità politiche diverse, tra visioni del mondo distinte.
Non sono i sistemi elettorali maggioritari, in un paese come il nostro in cui sopravvivono forti sentimenti di appartenenza partitica che nessuna legge elettorale può cancellare , che possono assicurare una buona governabilità , bensì congegni che garantiscano la funzione di governo in Parlamento e stabilizzino la vita dei governi attraverso la previsione di istituti come quello della fiducia data al solo Presidente del Consiglio e della sfiducia costruttiva che può prevenire il formarsi di maggioranze solo negative. Si porrebbe, per tal via, il parlamentare di fronte all'alternativa di scegliere tra una coalizione in grado di governare e lo scioglimento anticipato.
Nell'agenda del governo Monti non sono previste le riforme istituzionali, a cominciare da quella elettorale. Questo non può significare, però, che una coalizione così larga, che addirittura si propone di ripensare la stessa forma di Stato, rimodellando lo Stato sociale, non debba affrontare questioni istituzionali irrisolte da sempre . La finzione di un governo sostenuto da una maggioranza politica che non si vuole autoriconoscere come tale, è un ipocrita atto di omaggio al bipolarismo. Non si comprende perché partiti che votano le stesse leggi, debbano poi ignorarsi e limitarsi a riconoscere la regia del Presidente del Consiglio con riferimento ai comportamenti parlamentari posti in essere.
Si tratta di un teatrino della politica che non può durare a lungo .Più durerà il governo Monti, più questa idea di una maggioranza che c'è ma non si deve vedere sarà insostenibile. Questo Governo è sorretto da partiti che si sono assunti la responsabilità di governare insieme, sconfessando nei fatti le liturgie del bipolarismo, nel modo primitivo in cui è stato inteso in Italia in questi anni. Tenuto conto di ciò ,pare del tutto normale che i partiti della coalizione si riuniscono intorno a un tavolo per discutere di una nuova legge elettorale , e che il solo partito che si dichiara d'opposizione, la Lega , a quel tavolo non voglia sedere.
Avviare un confronto sulla legge elettorale, con il serio proposito di modificarla , costituisce poi una grande opportunità per affrontare questioni istituzionali delle quali da anni si discute. Sono state create nel corso degli ultimi trent'anni commissioni bicamerali, commissioni di studio, che hanno analizzato tutto ciò che c'era da analizzare con riferimento alle disfunzioni del sistema istituzionale. Tanto lavoro è approdato a un nulla di fatto. Adesso ci sono le condizioni politiche per affrontare questioni che riguardano il riordino della forma di governo, a cominciare dalla riforma del bicameralismo paritario, retaggio di un parlamentarismo inadeguato ai bisogni della società italiana, e dai punti chiave di una legislazione di contorno alla legge elettorale. Si tratta finalmente di consentire all'opinione pubblica di conoscere ciò che avviene dentro i partiti, per far sì che i principi che riguardano la trasparenza ed il metodo democratico , che dovrebbero valere per tutti gli apparati pubblici , possano valere anche per il mondo dei partiti.
SALVO ANDÒ

lunedì 23 gennaio 2012

Relazione di Francesco Barbalace al convegno dei Circoli Socialisti del 23 gennaio


Dati relativi agli anni dal 1994 al 2012 riferito il primo  all’inizio della cosiddetta 1^ Repubblica ed il secondo al … travaglio in atto … per la nascita della 3^ Repubblica.
12^ Legislatura   15 Aprile 1994    -   09 Maggio 1996      - durata complessiva 25 mesi –     N. 2 governi
                                                         1° governo Berlusconi 10 maggio 1994 -17 gennaio 1995   (8 mesi)                                                                               
                                                         1° governo Dini 17 gennaio 1995 – 17 maggio 1996 (17 mesi)
·         inizia ufficialmente la 2^ Repubblica e si vota , per la prima volta, con il sistema maggioritario (Legge Mattarella)
13^ Legislatura   9 maggio 1996  -  29 maggio 2001          - durata complessiva 60 mesi  -      N. 4 Governi
                                                         1° governo Prodi 15 maggio 1996  - 21 0ttobre 1998 (30 mesi)
                                                         1° governo Alema 21 ottobre 1998 – 18 dicembre 1999 (14 mesi)
                                                         2° governo D’Alema 22 dicembre 1999 – 25 Aprile 2000 (4 mesi)
                                                         2° governo Amato 25 aprile 200  - 11 giugno 2001 (13 mesi)  
14^ Legislatura  30 maggio 2001  - 27 aprile 2006              - durata complessiva 60 mesi  -     N. 2 governi
                                                         2° Berlusconi 11 giugno 2001 – 23 aprile 2005 (46 mesi)
                                                         3° Berlusconi 23 aprile 2005  - 17 maggio 2006 (11 mesi)
·         In questa legislatura, a causa dei bizantinismi della legge elettorale maggioritaria, non vengono assegnati  11 seggi alla Camera che non raggiunge il plenum dei 630 deputati.
15^ Legislatura  28 aprile 2006 – 28 aprile 2008  (732 gg)  -                                                         N. 1 governi
Si  vota con il sistema elettorale di cui alla legge 270/2005 con  premio di maggioranza
                                                          2° governo Prodi  17 maggio 2005 – 7 maggio 2008 (732 gg)
·         il governo implode per insanabili contrapposizioni tra i Partiti che avrebbero dovuto sostenerlo
16^ Legislatura  29 aprile 2000 – tuttora in corso -                                                                       N. 2 governi         
                                                          4° governo Berlusconi  8 maggio 2008 –  26 novembre 2011
                                                          1°governo Monti dal 16 novembre 2011 - … in carica
** Nei 18 anni considerati (1994-2012) si sono alternate 5 legislature (dalla 12^ alla 16^ tuttora in corso) e si sono avvicendati ben 11 governi (compreso quello in atto) per una durata media di anni 1,6 per ciascuno di essi.
La 12^ legislatura (governo di centro destra) si conclude in 24 mesi mentre la 15^ (governo di centro sinistra) si conclude in soli 732 giorni. Se la durata delle cinque legislature fosse stata pari alle previsioni del dettato costituzionale saremmo dovuti arrivare al 2019.
Le leggi elettorali adottate nel periodo considerato sono state tre:
a) la legge Mattarella del 04/08/1993 (Mattarellum);
b) la legge Tatarella del 24/02/1995 (Tatarellum);
c) la legge Calderoli del 21/12/2005 (Porcellum).
I suddetti dati e le leggi elettorali adottate dal 1994 in poi hanno rafforzato le ragioni e le condizioni per una maggiore stabilità dei governi rispetto agli anni precedenti? hanno determinato una migliore selezione della classe dirigente ed una più elevata qualità della stessa e quindi garantito più alti livelli di moralità e trasparenza( nella regione siciliana ben 30 deputati su 90 cioè 1/3 del totale sono allo stato inquisiti)? I Partiti cd liederistici hanno determinato le condizioni per una concreta e corretta vita democratica al proprio interno o al contrario attraverso il bipolarismo hanno realizzato intese ed alleanze solo di natura elettoralistica che hanno impedito, di fatto, alla destra ed alla sinistra di assicurare una seria governabilità al Paese contribuendo, tra l’altro, ad eliminare dalla rappresentanza politica del Paese i grandi filoni ideali e culturali che,dal dopoguerra in poi, avevano contribuito alla sua ricostruzione ed alla sua  crescita.
Stanno in tutto questo le molte ragioni  per cui tanti cittadini espressione di queste aree culturali, semplici cittadini,intellettuali, giovani sostenuti da forte passione civile hanno ritenuto di organizzarsi in Associazioni, Movimenti , Circoli, Fondazioni,Gruppi di varia estrazione nelle reti informatiche, o altro ancora ritenendo che fosse opportuno e necessario opporsi ai processi di omologazione apparsi, in talune circostanze, particolarmente pesanti.
Certo non sono stati anni facili e tuttavia in tanti possiamo dire, che nelle realtà nelle quali siamo stati presenti, abbiamo contribuito ad alimentare dibattiti e confronti non solo sui temi specifici dei singoli territori ma anche, più in generale, sui temi dello sviluppo, della partecipazione e quindi dei sistemi elettorali da modificare.                                   
A cominciare, per quanto ci riguarda, dai circoli socialisti, abbiamo  tutti esercitato una funzione di “sussidiarietà orizzontale” rispetto alla afasia dei due grandi blocchi politici contrapposti.
Tutto ciò è indicativo non solo dei limiti della legge elettorale in vigore e del bipolarismo  che ne deriva ma più in generale testimonia della grave crisi della politica e quindi dei Partiti attuali i quali per propria esclusiva responsabilità,           più di recente della maggioranza di centro destra ma nel recente passato anche di centro sinistra, hanno finito, a causa delle proprie divisioni interne e dell’alto livello di rissosità nel Parlamento con il delegare ad altri le proprie funzioni di governo.
Negli ultimi 18 anni il nostro Parlamento non solo non ha affrontato i problemi prioritari del Paese rispetto alle questioni economiche incombenti ma addirittura, sul piano comportamentale, il principio della” etica del dovere” è stato soppiantato da quello del “ vietato vietare”.
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha opportunamente sottolineato nel suo messaggio di fine anno la necessità e la urgenza di una “rigenerazione della Politica”.
Siamo oggi probabilmente alla fine di un ciclo politico per cui taluni interessi sociali ed economici (CONFINDUSTRIA, OO.SS. ) tendono ad accorparsi ed a confrontarsi con la politica non più separatamente bensì congiuntamente e quindi chiedono al Governo una diversa direzione di marcia attraverso la adozione di politiche per lo sviluppo mentre ordini professionali, lavoratori autonomi di settori diversi tendono a fare cartello per pesare di più.
 Si tratta di lobbies, alcune delle quali in verità si muovono solo a tutela di interessi troppo particolaristici, oppure sono anche sintomo di nuovi fermenti che ripropongono il tema della “ripoliticizzazione della società” per la quale ripartendo dai territori e facendo leva su idee leggibili e credibili si sia capaci di anteporre agli interessi particolari, non sempre legittimi, di taluni gruppi sociali e politici gli interessi generali del Paese.
In questi anni abbiamo assistito ad un centro destra attraversato da fortissime divisioni con una linea politica appannata e contraddittoria sul piano interno ed internazionale. Il PDL, in particolare, non sembra potere intraprendere il cammino per la costruzione di un partito di centro destra europeo nonostante la adesione al PPE. Dall’altro lato vediamo un centro sinistra altrettanto diviso, appesantito ed incerto per potere dare una lettura aggiornata della complessità della società attuale cosa assolutamente necessaria se non addirittura prioritaria per la costruzione di una “coalizione di governo”. Il PD in particolare rischia di rimanere in mezzo al guado  tra il perseguimento della vecchia e grigia concezione dell’alternativa di sinistra mascherata con la nuova frontiera progressista e moderna del post - berlusconismo e l’alleanza con il populismo dell’ IDV e taluni stereotipi di SEL aprendo al suo interno un conflitto assai difficile da comporre tra la componente ex Margherita ed i “non pentiti superstiti del comunismo internazionale”.
Rispetto a tutto ciò dalle colonne de “ Il Riformista” l’on . Emanuele Macaluso  chiede al PD  a) di chiarire se guarda ad una alleanza larga, cioè compreso l’UDC, che abbia l’ambizione di governare e non solo di vincere o persegue la linea della caccia all’ultimo voto con l’ultimo alleato utile “per sconfiggere il nemico”; b) come intende affrontare la complessa materia dei contratti di lavoro e la rivisitazione del nostro welfare; c) quale debba essere la nuova base politica e culturale per affrontare le nuove sfide di oggi e di domani.
Tutto questo ripropone il problema di alleanze coerenti che l’attuale sistema bipolare con i doppi premi di maggioranza non solo non garantisce ma finora ha determinato una sorta di conventio ad escludendum  rispetto a vaste aree politiche e culturali accomunate da una comune e solida cultura di governo.  
 Per quanto ci riguarda pensiamo che si tratti di lavorare ancora assieme a chi in questi anni ha guardato e tuttora guarda alla possibile ricomposizione degli schieramenti politici attraverso la costituzione di nuove ampie formazioni recuperando il contributo ideale e politico delle forze che nei lunghi anni della ricostruzione del nostro Paese avevano dato prova di straordinarie capacità di governo.
Parlando per un momento di noi “circoli socialisti Sicilia” in anni difficili ed in solitudine abbiamo operato per organizzare una comunità socialista che partisse dal basso e cioè dal territorio. Lo abbiamo fatto , a fronte della persistente afasia di PDL e PD, promovendo non poche occasioni di confronto e di dibattito  spesso in concorso con la Fondazione Nuovo Mezzogiorno resistendo alla idea che altri dovesse e potesse parlare per noi. Ciò riguarda oggi anche il PSI che spesso si è limitato ad operazioni per garantire la proiezione parlamentare di qualche dirigente centrale e ciò, forse, continua a fare immaginando, proprio qui da noi, di riciclare taluno che dopo avere acquisita la ricompensa in altri siti ritorna a parlare di socialismo.
Da dove cominciare o meglio come continuare. Intanto dall’invito ai rappresentanti non solo delle Associazioni e dei Movimenti oggi presenti ( ma a tanti altri attivi nelle diverse realtà regionali che contattati hanno dichiarato  disponibilità al confronto) a fare rete per concorrere non contro i Partiti ma accanto ad essi a mettere in moto questa nostra democrazia bloccata.
 Uno degli strumenti a cui pensiamo è quello delle Scuole di Democrazia che vorremmo mette4r in cantiere con l’aiuto della Fondazione Nuovo Mezzogiorno.
I sondaggisti elettorali ci dicono che 1/3 circa dei cittadini italiani considera la politica  poco credibile o addirittura privatizzata per nel rapporto DEMOS leggiamo che il 48% di essi italiani che la democrazia italiana possa vivere senza i Partiti. Non siamo certo messi bene ma nonostante ciò mi schiero con il restante 52% degli italiani e mi ostino a pensare che la POLITICA  abbia ancora un futuro se non si vuole che con la decadenza dei Partiti attuali decada anche la democrazia.  
Come si è arrivati a tutto questo? A mio parere vi hanno contribuito, da una parte, l’invenzione berlusconiana del cd “partito liquido” che ha concorso a “liquidare” l’interesse per la politica e dall’altra la direzione di marcia spesso incerta e contraddittoria del PD dovuta alle sue troppe anime interne che ha indebolito la sinistra riformista e di governo. Abbiamo  cioè visto Partiti privi di forte identità protesi  prevalentemente ad ottenere consensi ovunque e comunque.
  A fronte del perdurare della insufficiente credibilità del sistema politico e della violenza che deriva dall’attuale sistema elettorale rappresentanti della cultura del socialismo gradualista ed egualitario, del cattolicesimo riformatore liberale,del laicismo liberale e repubblicano possono porre le basi per ricostruire le ragioni e l’esperienza umana e sociale di una nuova sinistra democratica in Italia guardando anche, sotto il profilo organizzativo, a convergenti forme di presenza politica.
La decisione della Consulta sulla inammissibilità del referendum( il Prof Sabino Cassese dovrebbe depositare proprio oggi le motivazioni della decisione assunta) pone alle forze politiche il dovere urgente di intervenire per il superamento delle due più gravi anomalie del cd Porcellum  e cioè il intervenendo sul doppio premio di maggioranza e le liste bloccate.
Una seria riforma elettorale dovrebbe riuscire a centrare tre obiettivi concreti: a) garantire la governabilità del sistema politico; b)restituire la scelta degli eletti agli elettori; c) creare coalizioni e alleanze di governo e non meri cartelli elettorali.
E’  possibile oggi porre rimedio al bipolarismo imposto per legge ed al dogma del maggioritario che hanno prodotto coalizioni che al proprio interno contemplano la maggioranza e la opposizione, che hanno determinato la proliferazione di partiti e partitini. Se è vero che in nessun Paese civile il discredito per la politica ed i Partiti è elevato come in Italia, la idea che nel 2013 si possa ritornare alla politica che abbiamo fin qui conosciuta in questi anni credo faccia accapponare la pelle (Michele Salvati)
Se si vuole evitare tutto ciò si tratta per i Partiti di “approfittare” della sospensione delle ostilità che il governo Monti sembra assicurare cominciando a fare proposte concrete sulla legge elettorale cercando un accordo mediano  e scegliendo tra il modello tedesco (proporzionale personalizzato) modello francese (uninominale a doppio turno) o modello spagnolo (proporzionale con forti effetti maggioritari) . Quest’ultimo, a mio parere, premia il radicamento territoriale dei candidati, salvaguarda la governabilità ed il rispetto delle coalizioni garantisce il ruolo dei Partiti senza incentivare la frammentazione, attenua il rischio del trasformismo parlamentare dei futuri eletti. L’altra ipotesi è il sistema elettorale proporzionale sia pure con soglia di sbarramento ma senza premio di maggioranza.
Le conclusioni di questo incontro sono affidate all’On. Salvo Andò  Presidente della Fondazione Nuovo Mezzogiorno ed al Sen. Gianpiero  D’ Alia capogruppo al Senato della Repubblica del Partito dell’UDC che sui temi del superamento del bipolarismo e sulla necessità di introdurre nel nostro sistema elettorale maggiori spazi di proporzionalismo sembra avere seguito un percorso lineare e coerente.. Ai rappresentanti delle Associazioni e dei Movimenti che hanno accettato il nostro invito di oggi chiediamo la disponibilità a  continuare nel cammino intrapreso attorno alle cose che qui, molto modestamente, mi sono permesso di sottoporre alla comune riflessione.

sabato 31 dicembre 2011

Convegno a Messina

Crisi della politica e ricomposizione degli schieramenti
Il contributo dei Circoli Socialisti




L’Italia ha bisogno di un movimento socialista.

L’incontro si terrà a Messina il 23 gennaio 2012 a partire
dalle ore 15,30 presso il Palacultura
“Antonello da Messina” in viale Boccetta n°343.

domenica 6 novembre 2011







2^ CONFERENZA ECONOMICA
LA SICILIA DENTRO LA CRISI
“COME NE USCIRÀ?”

Sala Rossa, Palazzo dei Normanni – Palermo
18 Novembre 2011
ore 10,00/13,00 - ore 15,00/18,00


Presiede: On. Prof. Salvo Andò
Presidente della Fondazione Nuovo Mezzogiorno

Relatori:

Dott. Giuseppe Arrica
Direttore Banca d’Italia Palermo

Prof. Calogero Guccio
Docente di Finanza Pubblica presso l’Università di Catania

Prof. Maurizio Caserta
Docente di Economia Politica presso l’Università di Catania

Interventi:

Prof. Gaetano Armao
Assessore Regionale all’Economia
 
Avv. Carmelo Calì
Segretario Regionale Confconsumatori
 
Dott. Saverio Continella
Direttore Generale del Credito Siciliano
 
Dott. Claudio Costantino
Dottorando di Ricerca presso l’Università Kore di Enna
 
On. Antonello Cracolici
Capogruppo Pd all’Ars
 
Sen. Gianpiero D’Alia
Capogruppo Udc al Senato
 
On. Innocenzo Leontini
Capogruppo Pdl all’Ars
 
Dott. Ivan Lo Bello
Presidente Confindustria Sicilia
 
Avv. Antonio Matasso
Studioso romanista

Prof. Fabio Mazzola
Preside Facoltà di Economia presso l’Università di Palermo

Prof. Sebastiano Mazzù
Professore Associato di Economia degli intermediari finanziari
presso l’Università di Catania
 
Prof. Giacomo MulèPreside della Facoltà Scienze Umane e Sociali presso
l’Università Kore di Enna
 
Notaio Carlo Saggio
Presidente Sicilia Orientale della Compagnie Opere

Dott. Salvo Spagano
Assegnista di ricerca presso il D.E.M.Q. dell’Università
di Catania
Dott. Francesco Tornatore
Cavaliere del Lavoro – Industriale
 
Sen. Prof. Carlo Vizzini
Presidente Commissione Affari Costituzionali Senato

Dott. Davide Zammataro
Consulente Aziendale