domenica 26 febbraio 2012

Per risolvere la crisi della politica e rafforzare la democrazia

da “La Sicilia” del 26 febbraio 2012



Finalmente qualcosa si muove sul terreno delle leggi elettorali e delle riforme istituzionali. Ma non solo. Pare che i leaders della maggioranza vogliano affrontare anche la questione della riforma dei partiti, perché sia concretamente garantito quel metodo democratico che, per il costituente (art 49), doveva essere la regola fondamentale a cui essi dovevano attenersi. C’è un’evidente relazione tra il deficit di democrazia che si registra all’interno dei partiti e la scadente qualità democratica del sistema istituzionale, tra la delegittimazione dei partiti e la delegittimazione del Parlamento.
In questo senso, gli scandali che hanno riguardato in questi mesi la gestione del finanziamento pubblico costituiscono solo la punta dell’iceberg. Queste risorse sono state a suo tempo pensate per promuovere la partecipazione politica, e non come una provvista «privata» a disposizione dei segretari e dei tesorieri dei partiti.
Siamo di fronte ad una crisi economica che sta comportando pesanti sacrifici per la stragrande maggioranza dei cittadini, che giustamente pretendono un’equa ripartizione dei sacrifici. Questo principio vale per tutte le categorie sociali, ma dovrebbe valere soprattutto per i partiti. Si tratta di assumere decisioni ragionevoli, ancorché necessitate, e soprattutto di sapere ascoltare il Paese, considerato che la voglia di discutere pare prevalere, a differenza che in passato, sulla voglia di forca. Il rapporto che si va stabilendo tra governo e popolo dimostra che la gente sa distinguere, che non fa di tutti i politici un fascio.
Ci sono, quindi, le condizioni per una rinascita della politica e dei partiti. Non è vero che nelle cosiddette società postdemocratiche sono rifiutati i partiti in quanto tali, e preferite forme di democrazia plebiscitaria. E’ ben vivo nella memoria l’entusiasmo suscitato dalle primarie in Italia, quando si gettavano le basi per fare il Pd. I partiti sono rifiutati quando essi appaiono rattrappiti, chiusi in se stessi; quando promettono le riforme e poi brigano sotterraneamente per tenere in vita, così com’è, un sistema elettorale che consente ai segretari ed ai loro uomini di fiducia di nominare gli eletti in Parlamento. E per convincersi di ciò, basti pensare alla grande partecipazione che si registra intorno ai candidati sindaci che devono essere eletti dal popolo. Il fatto che costoro sono sempre più spesso candidati eletti a dispetto dei partiti, che vincono le elezioni in quanto «eretici», non può non fare riflettere. Il meno popolare dei sindaci oggi gode del 43% dei consensi, stando ai dati pubblicati di recente dal Sole 24 ore,mentre dei partiti si fida solo il 4% degli elettori. Sulle ragioni di questa abissale distanza creatasi, in termini di fiducia riscossa, tra i sindaci eletti dal popolo e i parlamentari «nominati» dai partiti, nei palazzi della politica non si rifletterà mai abbastanza. Nessuna riforma istituzionale, grande o piccola che sia,produrrà gli effetti sperati, se prima non verranno «riaperti al pubblico» i partiti. La privatizzazione dei partiti – l’unica privatizzazione veramente riuscita in Italia – non poteva non portare ad una sempre più diffusa apatia democratica. Non servono i palliativi, come quello di ridurre il numero dei consiglieri comunali e provinciali, o di tagliare le loro indennità. Si tratta di decisioni opportune, ma che da sole non risolvono la crisi della politica. Il problema non è tanto quello di legare le mani ai partiti, magari per fare crescere il potere dei burocrati, ma di avere partiti in grado di esprimere idee e dirigenti che facciano riguadagnare alla politica il necessario prestigio. Su questo terreno qualcosa è cambiato negli ultimi tempi. Lo stile del nuovo personale di governo piace a molti, ovunque collocati politicamente. Adesso, però, bisogna fare parlare i risultati.
Il confronto che si è aperto nella maggioranza, sul tema delle riforme – legge elettorale, riordino della forma di governo parlamentare, disciplina della vita interna dei partiti – offre, anche per il metodo che si sta seguendo, l’opportunità di coinvolgere l’opinione pubblica, da anni apparsa del tutto indifferente a queste discussioni.
Un accordo tra i più grandi partiti della maggioranza su temi difficili, come la legge elettorale e la riduzione del numero dei parlamentari, oggi è possibile perché la tregua politica mette tutti nella condizione di concedere qualcosa, senza cedere alla tentazione di rivendicare regole fatte su misura, magari minacciando la caduta del governo.
Naturalmente non mancano i dietrologi, i quali spiegano che tanta disponibilità a discutere sottenda la volontà di prolungare la tregua ben oltre la fine di questa legislatura, e quindi servirebbe a poco rompere oggi sui meccanismi della legge elettorale, se la larga coalizione è destinata a rimanere in piedi anche dopo le elezioni politiche.
Il governo Monti, insomma, sarebbe sempre più vissuto, da parte di chi lo sostiene, come un elemento di discontinuità rispetto al bipolarismo che abbiamo conosciuto, caratterizzato da grandi partiti baricentrici deboli e da partiti minori capaci di esercitare un diritto di vita e di morte sulle coalizioni.
Ebbene, anche se la disponibilità a negoziare dovesse dipendere dal disegno di creare le condizioni per una tregua lunga, essa va valutata positivamente. E’ questo il giudizio prevalente nel Paese, che vuole la soluzione dei problemi e non la ripresa delle faide tra i partiti. Nelle grandi democrazie, in momenti delicati della vita nazionale, le coalizioni larghe non hanno scandalizzato nessuno.
Le grandi riforme, del resto, hanno bisogno di ampio consenso. Una cosa pare infatti certa. Occorre un adeguato lasso di tempo perché il processo di riforma delle istituzioni possa compiutamente realizzarsi, dispiegando tutti i suoi effetti,e consentendo quindi eventuali correzioni di rotta,di fronte a incomprensioni o rifiuti manifestati dagli elettori.
Le esperienze fatte in questi anni in tema di grandi riforme dimostrano che un’alternanza che produce una totale discontinuità negli indirizzi di governo non è in grado di riformare un bel nulla. Finora, ogni nuovo governo, non appena insediato, si è proposto di fare la riforma della riforma voluta dal governo che lo ha preceduto, con la conseguenza che di nessuna riforma si possono verificare a regime i risultati. Pare che l’attuale governo voglia invertire questa tendenza; a cominciare dalla riforma universitaria voluta dal ministro Gelmini, e che il ministro Profumo è intenzionato, con qualche correzione, ad attuare.
Prevedere che un governo delle riforme abbia bisogno di un tempo più lungo di quello che rimane di questa legislatura, può costituire un atto di responsabilità da parte dei partiti dell’attuale maggioranza.
Se ciò non accadrà, la democrazia italiana continuerà essere debole, con il rischio che dopo il governo tecnico possano di nuovo prevalere derive populiste ed emergere nuovi uomini della
provvidenza
.

SALVO ANDÒ

domenica 12 febbraio 2012

Tutti i limiti di un bipolarismo di facciata. Una riforma che dia la parola agli elettori

da “La Sicilia” del 12 febbraio 2012


Non serve a nessuno continuare a recriminare sulle presunte pressioni esercitate dalla politica sulla Corte costituzionale nel momento in cui essa decideva sull'ammissibilità dei referendum aventi ad oggetto la legge elettorale vigente, il cosiddetto "porcellum". Su tale questione si è diviso il mondo politico, e si sono divisi anche gli studiosi. In punto di diritto, le argomentazioni dei favorevoli e dei contrari all'ammissibilità erano tutte degne di considerazione.
Adesso, comunque, si tratta di guardare avanti, dando una risposta congrua alle aspettative di tutti quei cittadini che si sono mobilitati a raccogliere le firme (e si è trattato di una mobilitazione senza precedenti ), per abrogare una legge elettorale che priva nei fatti gli elettori del diritto di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento.
Tenuto conto delle posizioni espresse dalla Corte Costituzionale, se la legge elettorale non può essere abrogata in toto per via referendaria, l'alternativa è: o ricorrere a dei referendum manipolativi, che modificano la legge elettorale facendone sopravvivere l'impianto complessivo, o seguire la strada parlamentare confidando nel fatto che, in un periodo di tregua politica come quello che si sta vivendo con il governo Monti, i partiti che fanno parte della larghissima maggioranza che sostiene il governo possano trovare un'intesa che sia rispettosa dell'opinione del paese.
Se non dovesse farsi né l'una né l'altra cosa, e se si dovesse votare con l'attuale legge, il rischio molto concreto è quello di avere lo "sciopero degli elettori", ai quali non rimarrebbe altro strumento per far valere il proprio punto di vista che quello di non andare a votare.
Ormai si sa tutto dei pro e dei contro dei diversi sistemi elettorali che sono stati finora presi in considerazione. Tutti i partiti dovrebbero essere in grado di fare delle scelte. E tuttavia, trapiantare un sistema elettorale di un paese in un altro non è un'operazione facile, perché la resa di un sistema dipende da abitudini sociali e culture politiche che sono proprie di un determinato territorio. Una cosa pare però certa. Un buon sistema elettorale per l'Italia dovrebbe essere un sistema diverso da quelli sperimentati dopo la fine della "prima Repubblica ". Tutti sistemi che muovevano dall'idea che il bipolarismo dovesse rappresentare la panacea di tutti i mali che affliggono la politica italiana.
Il bipolarismo, così come l'abbiamo interpretato in Italia, ha dato prove pessime, sia con governi di centrodestra, che con governi di centro sinistra. Leggi elettorali eccessivamente costrittive hanno creato schieramenti partitici affollati al proprio interno da partiti e gruppi politici che avevano poco in comune, o addirittura partiti scaturiti, come è stato detto, da una sorta di fusione a freddo di vecchi partiti o di pezzi di vecchi partiti.
Questi schieramenti, che apparivano già in partenza assai disuniti , in corso d'opera si sono sfasciati, e hanno finito con il produrre nuovi partiti e partitini (mai tanto numerosi nella storia unitaria ).Tanto disordine ha fatto persino emergere raggruppamenti politici fatti soltanto da transfughi dai diversi partiti, i quali si sono messi insieme al solo scopo di far cadere un governo o di garantirne la sopravvivenza.
Le leggi elettorali del bipolarismo, da questo punto di vista, hanno reso ancora più drammatica la questione morale in cui si dibatte da anni sistema politico italiano , ormai alle prese con una crisi di credibilità sempre più evidente ; solo il 4% degli italiani dichiara di avere fiducia nei partiti politici.
Con le alleanze coatte non si va da nessuna parte. Con un bipolarismo di facciata, peraltro rifiutato dal paese, non si fa crescere una cultura dell'alternanza proprio perché manca un'adeguata tensione bipolare, che non può scaturire dal fatto che delle tifoserie ,più o meno organizzate, si insultano a vicenda, senza che emerga un vero conflitto tra progettualità politiche diverse, tra visioni del mondo distinte.
Non sono i sistemi elettorali maggioritari, in un paese come il nostro in cui sopravvivono forti sentimenti di appartenenza partitica che nessuna legge elettorale può cancellare , che possono assicurare una buona governabilità , bensì congegni che garantiscano la funzione di governo in Parlamento e stabilizzino la vita dei governi attraverso la previsione di istituti come quello della fiducia data al solo Presidente del Consiglio e della sfiducia costruttiva che può prevenire il formarsi di maggioranze solo negative. Si porrebbe, per tal via, il parlamentare di fronte all'alternativa di scegliere tra una coalizione in grado di governare e lo scioglimento anticipato.
Nell'agenda del governo Monti non sono previste le riforme istituzionali, a cominciare da quella elettorale. Questo non può significare, però, che una coalizione così larga, che addirittura si propone di ripensare la stessa forma di Stato, rimodellando lo Stato sociale, non debba affrontare questioni istituzionali irrisolte da sempre . La finzione di un governo sostenuto da una maggioranza politica che non si vuole autoriconoscere come tale, è un ipocrita atto di omaggio al bipolarismo. Non si comprende perché partiti che votano le stesse leggi, debbano poi ignorarsi e limitarsi a riconoscere la regia del Presidente del Consiglio con riferimento ai comportamenti parlamentari posti in essere.
Si tratta di un teatrino della politica che non può durare a lungo .Più durerà il governo Monti, più questa idea di una maggioranza che c'è ma non si deve vedere sarà insostenibile. Questo Governo è sorretto da partiti che si sono assunti la responsabilità di governare insieme, sconfessando nei fatti le liturgie del bipolarismo, nel modo primitivo in cui è stato inteso in Italia in questi anni. Tenuto conto di ciò ,pare del tutto normale che i partiti della coalizione si riuniscono intorno a un tavolo per discutere di una nuova legge elettorale , e che il solo partito che si dichiara d'opposizione, la Lega , a quel tavolo non voglia sedere.
Avviare un confronto sulla legge elettorale, con il serio proposito di modificarla , costituisce poi una grande opportunità per affrontare questioni istituzionali delle quali da anni si discute. Sono state create nel corso degli ultimi trent'anni commissioni bicamerali, commissioni di studio, che hanno analizzato tutto ciò che c'era da analizzare con riferimento alle disfunzioni del sistema istituzionale. Tanto lavoro è approdato a un nulla di fatto. Adesso ci sono le condizioni politiche per affrontare questioni che riguardano il riordino della forma di governo, a cominciare dalla riforma del bicameralismo paritario, retaggio di un parlamentarismo inadeguato ai bisogni della società italiana, e dai punti chiave di una legislazione di contorno alla legge elettorale. Si tratta finalmente di consentire all'opinione pubblica di conoscere ciò che avviene dentro i partiti, per far sì che i principi che riguardano la trasparenza ed il metodo democratico , che dovrebbero valere per tutti gli apparati pubblici , possano valere anche per il mondo dei partiti.
SALVO ANDÒ